La Sardegna continua a muoversi con il freno tirato. Non è una percezione, ma una realtà che si riflette nei principali indicatori economici e sociali. Il punto, oggi, non è più analizzare le cause – ampiamente note – ma avere il coraggio di affrontarle con decisione, senza indugi e con la responsabilità che dovrebbe essere propria di chi governa. Perché il tempo dei ritardi si traduce in un costo concreto per cittadini, imprese e territori, in opportunità di investimento perdute e in mancata crescita occupazionale.
Le debolezze strutturali
Il dato di partenza è scomodo, ma va detto: il sistema produttivo dell’isola sconta debolezze strutturali mai davvero risolte, e questo vale per chiunque abbia governato la Regione negli ultimi venticinque anni. Intere aree industriali vivono una condizione di stagnazione o declino, senza un serio processo di riconversione. A questo si aggiungono i limiti infrastrutturali noti: collegamenti difficili, costi energetici elevati, reti materiali e digitali ancora insufficienti. In questo contesto attrarre investimenti diventa complesso, nonostante le ingenti risorse comunitarie messe ogni anno a bando, e la Sardegna resta ai margini delle grandi dinamiche di sviluppo. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: opportunità di lavoro ridotte, soprattutto per i giovani, e una continua emorragia di competenze che impoverisce il tessuto economico e sociale.
Quando l’economia rallenta, la società si indebolisce. I territori interni si spopolano, i servizi arretrano, le disuguaglianze crescono. Sempre più comunità vivono una condizione di marginalità che non è solo geografica, ma anche economica e culturale. I giovani faticano a costruire un progetto di vita, le famiglie stringono i denti, gli anziani restano spesso soli. A tutto questo si aggiunge un elemento ancora più preoccupante: la perdita di fiducia. Quando i cittadini percepiscono che il cambiamento non arriva, si allontanano dalle istituzioni e dalla partecipazione.
La salute non può aspettare
Il sistema sanitario è forse lo specchio più nitido di queste criticità. La carenza di personale, le liste d’attesa sempre più lunghe, le difficoltà di accesso alle cure, soprattutto nelle aree interne, raccontano di un sistema sotto pressione. Sempre più sardi sono costretti a curarsi fuori regione, non per scelta, ma per necessità. E questo accade nonostante le eccellenze presenti nelle nostre strutture: un paradosso che da solo dice tutto.
Serve una nuova rotta
A quasi due anni e mezzo dall’inizio della legislatura, il quadro è chiaro. Manca una visione di lungo periodo. Le scelte politiche sembrano concentrarsi più sulla gestione dell’emergenza che sulla costruzione di traiettorie di sviluppo. Senza una direzione chiara e una governance autorevole, anche le opportunità diventano occasioni perse.
Non possiamo più fermarci all’analisi. La Sardegna ha bisogno di una nuova stagione di scelte, fondata su pochi assi strategici ma concreti. Serve una politica industriale moderna, capace di valorizzare le vocazioni del territorio e intercettare le grandi trasformazioni in atto, a partire dall’energia e dall’innovazione. Vanno accelerati gli investimenti sulle infrastrutture e garantita una reale continuità territoriale, per superare un gap che ancora oggi frena sviluppo ed economia. Occorre restituire ai giovani una prospettiva, creando le condizioni per un lavoro qualificato e stabile. Qualcuno dirà che non c’è niente di nuovo. Ha ragione. Il problema è che ci troviamo ancora esattamente lì.
La Sardegna non può essere condannata al declino per incapacità di governo e d’azione. Ha le risorse, le competenze e le potenzialità per invertire un processo involutivo sul quale in molti sembrano ormai rassegnati.
È arrivato il momento di dare una scossa. Con coraggio, con scelte chiare, scritte e condivise in maniera inequivocabile, guardando all’interesse generale e non a quello particolare. Scegliendo una guida politica con comprovate capacità strategiche e di visione, capace di assumersi responsabilità e indicare una direzione concreta da raggiungere a medio termine.
È necessario passare dalle parole ai fatti, dalle analisi alle decisioni, attraverso un programma vero, non il frutto affrettato dei trenta giorni che precedono le elezioni, non il documento obbligatorio per presentare le liste, ma lo strumento che aggrega le forze migliori e dà al Presidente la forza per governare, nell’unico intento di essere finalmente all’altezza delle sfide che abbiamo davanti.